Guardi nel vuoto e immagini mille vite. Forse tante ne hai vissute, forse di più.
Ma se hai bisogno di scardinare l’intera tua esistenza, ruotarla e impostarla in una nuova prospettiva, una musica può non bastare. Non può bastare sognare ad occhi aperti.
Spesso il senso e il significato di quel che puoi guadagnare o perdere si manifesta nel momento in cui prendi le distanze, iniziando un viaggio che ti porta lontano, lasciando le cose che ti furono care e che oggi hanno acquistato un loro silenzio.
Permettere alla vita di scorrere, anche se si porta via un pezzo di te, di quel che eri, di quel che vorresti ancora essere, così abbarbicato, quasi con i denti, al passato, e il futuro è una pagina ancora da scrivere, magari questo ti spaventa, un po’.
Aprire il cancello del tuo piccolo giardino e con il primo passo verso il fuori consegnarti alla scoperta di quanto il mondo abbia da offrirti o da negarti. Dipende da quello che vuoi, da quello che sai di volere; dipende da quanto sei disposto a ricavare e spendere; da quanto riesci a crederci.
Non puoi lasciare briciole alle spalle per segnare la strada del ritorno, devi soltanto camminare.
E così quando un gioco diventa più importante del divertimento che ne ricavavi, cerchi uno spazio più ampio per giocare meglio.
Dopo tanti giorni di silenzio, di fronte a questa tastiera che un po’ mi è divenuta estranea, ho deciso di costruire questo nuovo spazio. Dovrà essere uno spazio di parole, anche se per ironia adesso me ne sento privo.
Ma iniziare un viaggio con troppi bagagli vuol dire non aver voglia di andare lontano.
Lo spazio nuovo l’ho trovato, ora devo soltanto attrezzarlo. Resta da vedere se saprò affrontarlo con la serietà che richiede un nuovo gioco. Ho una musica con me, che ieri non avevo. Forse come inizio può bastare.
E questo è davvero un saluto, anche se non necessita un addio.
Lascerò una traccia.
Buonanotte.
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Questa notte ho sognato di adottare un cane trovato per strada.
Pensandoci bene, non stavo davvero sognando: mi trovavo in quello stato che viene definito di dormiveglia.
In ogni modo, avevo un cane, e vedendomi nella necessità di dargli un nome ho riunito gli amici più cari, i quali, disposti in cerchio intorno al cane, hanno iniziato a considerarne le caratteristiche.
Uno diceva: se fosse più basso, potrebbe sembrare un cocker; un altro: se fosse più alto, assomiglierebbe a un labrador; poi: se fosse più scuro, potrebbe passare per un dobermann. Se fosse più intelligente, non si sarebbe fatto trovare da te. E così via. In effetti, le qualità fisiche del cane in questione non consentivano di formulare una ipotesi precisa sulla razza alla quale apparteneva. Per dirimere la questione ho quindi deciso di chiamarlo Fossi.
Congedati gli amici, mi sono accorto che non riuscivo più a trovare Fossi. Il cane c’era, di questo mi sentivo piuttosto sicuro, solo, non riuscivo a vederlo. In qualche modo che adesso mi appare oscuro, sentivo che ci stava un senso preciso in questa sua assenza-presenza.
Qui ho commesso un errore: non ho dato ascolto alla voce interiore che mi consigliava di alzarmi e mettere su carta la geniale intuizione che mi aveva colto intorno alle peculiarità di Fossi. Convengo con me stesso che non è facilissimo alzarsi nel cuore della notte per fissare alcune note su un cane immaginario. Forse ne converrete anche voi.
Per quanto mi scervelli, scandagliando i più profondi recessi della memoria, non riesco a ricordare. Posso soltanto azzardare l’ipotesi che le caratteristiche ambigue di questo cane, nonché il suo nome e la circostanza che si ostinasse a restare invisibile seppur presente, in qualche modo avessero attinenza con la natura celata del mio essere.
Se fossi stato più presente a me stesso, mi sarei alzato a scrivere ‘sta cosa, ed oggi avremmo un buon argomento di conversazione.
Ma non ce l’ho, chiedo scusa.
Non so che farne di questo scritto, ci sarebbe forse da aggiungere qualcosa, ma al momento non saprei proprio.
Lo metto qui, che per adesso non ho altro posto.
Se fossi più veloce, oggi avrei un mio spazio personale.
Ma non ce l’ho, chiedo scusa.
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Un pezzo di qualche tempo fa, editato e pronto per l'antologia di Apostrofo, di prossima pubblicazione.
Mi dirai: ma non eri andato via? Risposta: sto progettando un trasferimento, ma la pelle del blogger è difficile da scalpare.
Poi, se davvero vuoi rompermi le palle, obietterai: Ok, ma questo pezzo lo avevi già pubblicato, e allora? Conterò fino a dieci e poi ti dirò: le cose non vengono mai a caso, e quindi visto che è quanto mai singolare ritrovarmi questo scritto tra le mani proprio adesso, con le considerazioni che mi porta a fare e il suo carico di attuale tristezza, lo posto di nuovo, e poi, me l'hanno appena editato, come ho detto, anzi, arrivato giusto stasera.
Quindi, ecco qui, con una dedica speciale.
Vite separate
Piove a raffiche forti e un vento freddo mi invita a farmi da parte ma si illude se crede che io mi sposti di un millimetro; sono secoli che sto qui e quando sarà volato via - finisce sempre, il vento - anche lui entrerà a far parte della galleria dei ricordi. Mi lascerà forse qualche ruga sul volto, ma che importa: il mio è un volto preso a prestito. Io non sono il mio corpo, ma quest'anima in maglia a maniche corte che resiste al vento e guarda la pioggia.
La luce cala lentamente su un nuovo giorno che si avvicina alla fine.
L'aroma di noccioline tostate e caffè fresco sale dalla torrefazione, portato oltre l'angolo da quel vento che sembra aver perso ogni velleità di conquista, acquietandosi.
All'ora stabilita le luci per strada si accendono. Qualcuno, in questa città, si è preoccupato di illuminare la via anche per me.
L'asfalto adesso scintilla, macchiandosi di effimera luce dove le gocce di pioggia cadono e muoiono con un lampo che solo i miei occhi vedono. Altri occhi vedranno altre scintille, identiche e diverse, poco distante o a chilometri da me.
Alla mia sinistra, dove io so che c'è il mare, una linea sottile di arancio divide in due il cielo nuvoloso. Sotto, un viola intenso ma cupo; sopra, un blu stemperato che a tratti si coagula in macchie più scure.
Socchiudo gli occhi e cerco di sentire l'esistenza di quella moltitudine di persone che si affolla intorno a me, correndo, accendendo e spegnendo luci su amori, pensieri ed emozioni.
Sotto ogni bolla di ombrello c'è un cappotto che nasconde quello che ognuno neanche sa di possedere: i sentimenti impossibili da condividere, tutto ciò che è frutto di una storia individuale, di pianti in solitudine, di solitarie rinunce.
E' doloroso considerare che ogni emozione, per quanto illusoriamente condivisa, sia destinata a restare per sempre bloccata nel corpo, in qualche modo inespressa.
Non puoi capire come io arrivi alla gioia o al pianto attraverso immagini interiori che scorrono con un montaggio ed una regia del tutto personali.
Vorrei avere la forza di resistere contro questa finestra per giorni, vedere lo spostamento di luce e sentire le variazioni di temperatura; vorrei affondare in questo spazio tanto a lungo da arrivare a comprenderne i limiti e il senso. Qualcosa mi sfugge, nascosto dietro al muro del cielo.
E qualcosa mi sfugge dietro al muro di ogni volto che incontro e dietro la barriera di ogni ombrello che corre veloce per strada, verso una casa nella quale asciugarsi, appoggiato in un angolo, accanto al cappotto appeso al muro e alla vita lasciata cadere vicino alla porta di ingresso.
Io ti guardo e non ho un modo per capire che cosa pensi, devo fidarmi di quello che mi dici. Per quanto io spinga e tu apra, le nostre anime rimangono aderenti in superficie, sformandosi l'una contro l'altra, come se fossero chiuse in un sacchetto di plastica.
Non esiste un modo di accoccolarmi in te nello stesso giorno, mentre guardiamo lo stesso tramonto, vicini ma separati dalla geometria dell'universo. Tu puoi crearti una mia immagine e posizionarla nel tuo cuore o nella testa ed io non saprò mai dove sono finito, quanta luce c'è, se fa caldo o freddo.
Posso raccontarti del giardino nel quale ho costruito una casa per te e di quando si alza il sole e di quando cala la notte e gli alberi e i fiori e i frutti, ma tu non sarai mai in grado di raggiungerla. Davanti al mio camino, non potrai mai scaldarti ad un fuoco che io non ho acceso per te.
Oggi pensiamo di vivere una storia insieme, con identiche aspirazioni e intensità, ma non riusciamo a forare la barriera degli occhi e delle parole.
Le immagini che abbiamo con tanta cura posizionato non corrispondono alla realtà: sono soltanto le proiezioni dei sogni che ci accompagnano nella vita, gocce d'acqua destinate a morire sul terreno nell'istante in cui rubano la luce ad un lampione, dopo una folle corsa per un vuoto cielo.
E così, a volte, ci guardiamo stupiti, perché credevamo di stare sulla spiaggia a goderci il sole del primo pomeriggio, pregustando il bagno che avremmo fatto insieme, a schizzarci le onde, mentre invece scopriamo di aver bisogno di sciarpe, guanti e medicine; la notte è caduta, gelida, l'inverno è arrivato.
Guardo a questo inverno dalla mia finestra, le gocce di pioggia sulla strada, la gioia del profumo di caffè nell'aria.
Tu, ne sono certo, lo stai guardando dalla tua.
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Ma considerando che essere se stessi vuol dire tenere in piedi la precaria impalcatura che noi chiamiamo carattere, e che in definitiva altro non è se non la somma consolidata delle reazioni che nel tempo abbiamo avuto di fronte agli eventi imposti dalla vita, forse davvero sarebbe auspicabile percorrere quel cammino che conduce lontano.
C’è un grande mistero, là fuori, ma noi ci comportiamo come se così non fosse, persi ad inseguire le piccole cose, dannandoci l’anima nelle infantili ripicche, rodendoci con puerili egoismi, rendendo macroscopico e importante tutto ciò che è semplicemente transitorio e restando così ciechi, e sordi, di fronte all’immenso, misterioso senso della vita.
Se siamo qui, oggi, immersi nella possibilità di un incontro, nelle mille possibilità di mille incontri, io, vorrei capirne la ragione.
O forse, mi basterebbe viverli.
Ma come al solito, resto immobile di fronte alla finestra, bocca spalancata sulla notte, a chiedermi: dove sei.
Dove siete.
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Indice
Wolf
Alla stazione
Ronin
Stelle nelle mani
Dialogo nella luce
Incompiuto
Interurbana
Isola
Un giorno, nei giorni
Incipit ed explicit
Culi infranti
Dream
Anime in transito
L'uomo lĂ fuori
La vita mia
Domenica pomeriggio
Prima che cada la notte
Secret garden
Divenire
Cammino
Solitudine
Ventimila leghe sopra i mari
Parigi, 1979
La vita loro
Tortuga
Zeb
Stefano
Giuseppino
Pensieri
Vite separate
Speranza
VeritĂ
Transeat
Notturno2
Di stella in stella
Buio
Prendere o lasciare
Cammino di Santiago
VersoSantiago
Ho incontrato un Angelo
La croce di ferro
Vernacolo
La Topa
Buonanotte
Un penziero
Il Manzanillo
Quanti siamo?
WritingRemix
La metamorfosi 1
La metamorfosi 2
Extra
Congedo - prima parte
Congedo - seconda parte
Congedo - terza parte
Congedo - quarta parte
Corso di blog writing
Hagakure
Si può imparare qualcosa da un temporale. Quando un acquazzone ci sorprende, cerchiamo di non bagnarci affrettando il passo, ma anche tentando di ripararci sotto i cornicioni ci inzuppiamo ugualmente. Se invece, sin dal principio, accettiamo di bagnarci eviteremo ogni incertezza e non per questo ci bagneremo di più. Tale consapevolezza si applica a tutte le cose.
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